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voglio ciò che faccio?

  • 13 feb
  • Tempo di lettura: 2 min
È difficile educare all’assertività, cioè alla capacità di esprimere sinceramente quello che sento, dire SÌ a ciò che desidero e che riconosco come un bene e NO a ciò che non voglio o mi mette a disagio.
È difficile educare all’assertività, cioè alla capacità di esprimere sinceramente quello che sento, dire SÌ a ciò che desidero e che riconosco come un bene e NO a ciò che non voglio o mi mette a disagio.

Faccio quello che voglio!

Sembra il grido per rivendicare la propria autonomia, per ricordare a tutti che sono un essere libero, maturo, capace di scegliere, con una precisa volontà.

Un grido che spaventa i genitori, quando lo sentono proferire di figli adolescenti.

È un grido di vita, di coraggio, di sfida. Un grido (o a volte un sussurro) sano, naturale, necessario.

Ma una volta dichiarata la propria autonomia, la domanda successiva da fare a se stessi è: voglio quello che faccio? Il mio agire, le mie scelte sono frutto della mia libertà o sono condizionate da desiderio di accettazione, emulazione, aspettative, timori?

È difficile educare all’assertività, cioè alla capacità di esprimere sinceramente quello che sento, dire SÌ a ciò che desidero e che riconosco come un bene e NO a ciò che non voglio o mi mette a disagio.

Se ne parla nei percorsi di educazione sessuo-affettiva, avendo in mente che nella coppia l’assertività è preziosa per prevenire possessività, subalternità, mortificazione, vittimismo, despotismo; in altre parole essa promuove il riconoscimento della pari dignità dell’uno e dell’altra. Sapere che l’altro non ha problemi ad esprimere il suo pensiero e la sua volontà mi fa sentire più libera di comportarmi come credo giusto, perché so che se esagero o se sbaglio nei suoi confronti, l’altro non si farà problemi a farmelo notare e potrò più facilmente ridimensionarmi. Dall’altro punto di vista, posso sentirmi libera di esprimere disaccordo e perplessità nei confronti dell’agire dell’altro, sapendo che non li prenderà come critiche sterili ma come impressioni sincere e costruttive.

Spesso si collega il concetto di assertività a quello del consenso, ma ciò vale secondo me nella misura in cui non dimentico che dare il proprio consenso non significa automaticamente desiderare ciò che mi viene chiesto.

Questo vuol dire che a volte ciò a cui si acconsente, proprio perché non desiderato, viene poi vissuto come un obbligo; in alcune occasioni il consenso si dà perché è meno faticoso che rifiutarlo.

Essere assertivi quindi significa scrutare il proprio animo per capire se quello a cui acconsento è frutto del mio desiderio, bisogno, scelta oppure della pressione esercitata dalla situazione in cui mi viene fatta la richiesta.

Dall’altra parte, è segno di amore e di rispetto non dare per scontato che un “sì” frettoloso ottenuto dall’altro sia sufficiente per legittimare la mia richiesta, o dare per scontata in futuro la disponibilità che il mio partner mi ha dimostrato in una passata occasione.

Libertà, fiducia e ascolto dell’altro sono gli ingredienti che impediscono alla relazione di imbrigliarsi e intossicarsi di egoismo e possesso.

Riuscire a esprimere la verità di se stessi (emozioni, pensieri e desideri) ed essere sinceri senza paura…mi risuonano due espressioni trovate nel Vangelo: “la verità vi farà liberi” e “il vostro parlare sia sì sì, no no”; parole antiche ed attuali, impegnative come un percorso da insegnare e da vivere.

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